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Salute, il pharma delivery cresce e si evolve oltre la pandemia

Pharmap: +118% ordini rispetto al primo semestre 2021

Il servizio di pharma delivery è fondamentale per 9 utenti su 10. Per il 93% è importante che le farmacie siano oggi dotate di un sistema di consegna a domicilio e per il 98% il recapito in giornata dei prodotti è un requisito essenziale per la fidelizzazione con il punto vendita. Sono i dati emersi da un’indagine effettuata a dicembre 2021 da Pharmap, primo player italiano del settore, volta ad indagare il comportamento dei consumatori iscritti alla piattaforma.

Se la pandemia ha avuto un effetto booster sull’ home delivery, oggi la consegna a domicilio del farmaco è diventata un’abitudine consolidata, a cui pochi consumatori sono disposti a rinunciare. Pharmap, che dal 2018 ad oggi è cresciuta di oltre 25 volte in termini di volumi e di 42 volte in termini di transato in piattaforma, nel primo semestre del 2022 ha registrato una crescita del 118% in termini di richieste registrate sui canali web e app, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La rilevazione conferma un trend in continua evoluzione ed evidenzia alcune novità. La prima riguarda la capacità di Pharmap di incrementare il rapporto di fiducia tra farmacia e utenza: oltre il 60% dichiara di ordinare sempre dalla stessa farmacia, di questi più della metà (51,9%) è diventato un cliente abituale. L’azienda, inoltre, gioca un ruolo chiave nel fidelizzare i consumer: il 44% degli utenti intervistati si dichiara, infatti, fedele alla farmacia di riferimento da quando offre il servizio di delivery.

L’altro dato che emerge è la crescita dell’utilizzo dell’home delivery farmaceutico da parte delle persone: il 77,7% dichiara di ricorrervi più spesso in epoca post-pandemica perché si è ormai abituato alla comodità del servizio (47%) o per la possibilità di ricevere a domicilio anche i farmaci con ricetta (32%). Il servizio è anche apprezzato in tutti quei casi in cui, recandosi di persona in Farmacia, il prodotto non risulta immediatamente disponibile (situazione che si verifica nel 40% dei casi): un cliente su 4 si dichiara infatti poco propenso a ritornare sul punto vendita per ritirare il prodotto prenotato e preferirebbe, piuttosto, riceverlo a casa.   “Che il servizio di consegna a domicilio del farmaco sia diventato sempre più strategico per le farmacie non lo confermano solo i nostri dati. Una recente ricerca di Channel&Retail Lab -l’Osservatorio della Sda Bocconi- ha rilevato che un cliente su due è pronto a cambiare esercizio se la sua Farmacia di fiducia non dispone del servizio di home delivery. Le farmacie, che con la pandemia hanno accelerato la loro evoluzione in “farmacie dei servizi”, non possono quindi più fare a meno di adeguarsi a questo trend per rispondere alle nuove esigenze di salute dei cittadini”, dichiara Giuseppe Mineo, CEO di Pharmap.


Fonte: askanews.it

Lo studio "positive" presentato al San Antonio Breast Cancer Symposium

Una notizia destinata a cambiare la vita di molte donne. La novità emerge dallo studio “POSITIVE” che sarà presto pubblicato e i cui risultati sono stati presentati al San Antonio Breast Cancer Symposium negli USA: le donne con diagnosi di cancro al seno e recettori ormonali positivi ovvero sensibile agli ormoni, con una diagnosi in stadio iniziale, possono interrompere in sicurezza, dopo aver fatto almeno 18 mesi, la cura anti-ormonale se vogliono cercare una gravidanza per poi tornare a completare i 5 – 10 anni di terapia normalmente indicati per questa forma tumorale.

Matteo Lambertini, professore associato all’Università di Genova, oncologo all’ospedale Policlinico San Martino di Genova e membro scientifico dell’associazione aBRCAdabra, commenta questi risultati come una “novità grande, è stato uno studio coraggioso e difficile da condurre ma i cui risultati al momento sembrano dirci che questa interruzione può essere considerata sicura”, afferma.

Spiega l’oncologo: “Altri studi avevano valutato la sicurezza della gravidanza dopo le cure standard, ma mai l’interruzione della cura, in questo caso la terapia anti-ormonale che in alcuni casi va assunta fino a 10 anni”. Cambierà la vita di tantissime donne che potranno così non rinunciare a diventare mamme né posticipare questo progetto di vita. Certo l’esperto invita ad avere “cautela. Dobbiamo continuare a seguire queste donne, quelle arruolate erano poco più di 500. Ricordiamo che la maggior parte di queste donne avevano un tumore della mammella in stadio 1, nello studio potevano entrare tutte ed erano le pazienti a chiedere, ma quelle ad alto rischio erano pochissime e quasi 1 su 4 ha avuto una recidiva dopo la sospensione. Oggi sappiamo che è sicuro farlo se si ha un tumore a basso rischio; nelle donne con stadio più avanzato è meglio terminare la cura anti-ormonale di 5 o 10 anni”.

“I 3 quarti ovvero il 75% di queste donne, con un’età media di 37 anni, ha avuto la gravidanza, e i bambini nati stanno bene. Nello studio c’era anche una quota di pazienti BRCA”. Lambertini è membro del board scientifico dell’associazione aBRCAdabra, prima in Italia nata per le persone portatrici di variante genetica BRCA e molto attenta alle istanze delle giovani donne, che hanno avuto un tumore o affrontano la chirurgia di riduzione del rischio come Jolie o Bianca Balti, sui temi della maternità e della fertilità. L’onlus incoraggia studi, ricerche, audit delle pazienti e maggiore attenzione anche da parte del mondo medico.

Non resta che incoraggiare le donne, ma anche i medici perché è ancora molto bassa la percentuale delle donne (solo il 5% under 40) che dopo una diagnosi di cancro diventano mamme. Non sono solo le donne ad avere paura, “tanti colleghi oncologi scoraggiano le donne ad avere una gravidanza- ricorda infine Lambertini- a inizio 2022 in un questionario che abbiamo fatto tra colleghi che si occupano di cancro al seno, 1 oncologo su 3 sosteneva che non fosse sicuro avere una gravidanza dopo aver terminato cure e periodo di osservazione appropriati dopo la malattia”.

Fonte: askanews.it

A dirlo è la scienza. Domani Giornata Mondiale

Migliora l’umore, apportando una sensazione di benessere e felicità correlata al rilascio di serotonina. Attenua l’ansia, grazie alla produzione di ossitocina. Aumenta l’autostima, e, secondo alcuni studi che hanno formulato questa ipotesi, sembrerebbe ridurre persino la suscettibilità alle infezioni delle alte vie aree, intervenendo su quei fattori di stress che influenzano la risposta immunitaria. È questo l’incredibile e non scontato potere di un gesto semplice quanto importante, l’abbraccio. A fare il punto in occasione della Giornata mondiale dell’abbraccio che si celebra domani, sabato 21 gennaio, è la Società Italiana di Pediatria (Sip), che in un approfondimento ha esaminato la letteratura scientifica sui benefici, a partire dalla più tenera età.

“Partendo dai primi mesi di vita, numerosissimi studi hanno indagato in tutto il mondo in anni recenti il vantaggio del contatto pelle a pelle e dell’abbraccio fra madre e figlio nel delicato ambito ospedaliero, la cosiddetta Kangaroo mother care – spiega la dottoressa Sara Sollai, Consigliere Nazionale SIP-. Questo approccio, analizzato per la prima volta a partire dalla metà degli anni ’70, ha cambiato significativamente la gestione e la cura dei neonati sani e a rischio (ricoverati terapia intensiva neonatale, prematuri o con basso peso alla nascita), dimostrando riduzione di mortalità e morbilità nei piccoli, effetti significativi sulla stabilizzazione clinica, riduzione dello stress e del dolore durante gli esami o le procedure mediche ed infermieristiche sul neonato. Il contatto fisico favorisce inoltre il passaggio precoce e una maggiore durata dell’allattamento al seno.  A tutto questo si affianca un incremento dell’attaccamento madre-figlio e la riduzione dello stress materno, cosa che suggerisce che la Kangaroo mother care sembra rappresentare uno degli interventi di cura più efficace”.  Anche in età evolutiva gli effetti positivi proseguono, in particolar modo nei primi anni di vita. “Un ritardo nello sviluppo si osserva spesso nei bambini che ricevono una stimolazione sensoriale inadeguata – prosegue Sollai – . Ad esempio, studi condotti in bambini orfani istituzionalizzati hanno mostrato una compromissione della crescita e dello sviluppo cognitivo, un’elevata incidenza di infezioni gravi e disturbi dell’attaccamento. Numerosi studi sottolineano l’importanza del tatto e dell’abbraccio nello sviluppo psicofisico del bambino”.  Anche quando si tratta di visite o procedure mediche un abbraccio aiuta a ridurre il dolore dei neonati e lattanti, come conferma un recente studio condotto in Iran su 120 bimbi fra 2 e 6 mesi di vita sottoposti a prelievo ematico. Secondo lo studio in coloro che venivano abbracciati dalla madre vi era una riduzione del dolore complessivo correlato alla procedura, analizzando i parametri vitali, il pianto e la durata del disagio.

“In questa fase di allentamento delle misure di distanziamento sociale correlate alla pandemia ci è sembrato importante ricordare i benefici dell’abbraccio, dedicando questa giornata a tutte le mamme e i papà e i loro bambini -conclude la Presidente della Società Italiana di Pediatria, la professoressa Annamaria Staiano- . Speriamo che soffermarsi a pensare quanto valga questo gesto, per la mente e il corpo specie nei più piccoli, faccia venire voglia di abbracciarsi un po’ di più”.

Fonte: askanews.it

L'esperta: limitare e riparare i danni causati da disturbi alimentari

Erosione dello smalto, alterazione della forma, perdita di volume dei denti, sensibilità dentale, problemi di occlusione: la bulimia nervosa danneggia anche il sorriso. La bulimia nervosa è una condizione caratterizzata da ricorrenti episodi di abbuffata associati alla sensazione di perdere il controllo durante l’assunzione di cibo, che determina successive condotte compensatorie quali vomito autoindotto, uso improprio di lassativi, diuretici o altri farmaci, digiuno, esercizio fisico eccessivo o una combinazione di questi. La diagnosi di bulimia nervosa prevede che le abbuffate e le condotte compensatorie si verifichino entrambe almeno una volta a settimana per 3 mesi. In Italia l’età media d’insorgenza è tra 15-19 anni con tendenza negli ultimi anni ad un esordio ancora più precoce. L’incidenza, stimata, della patologia è almeno di 12 nuovi casi per 100.000 persone in un anno tra le donne e circa 0,8 nuovi casi per 100.000 persone in un anno tra gli uomini, con un numero però per questi ultimi in crescita come segnalato dal Ministero della Salute. Si tratta di un disturbo alimentare che causa importanti danni anche al sorriso. Il vomito autoindotto, infatti, porta all’erosione dentale e questa nel tempo causa sensibilità dentale, perdita di forma, dimensione e volume dei denti che appaiono gialli proprio perchè hanno perso parte della loro struttura, fino ad arrivare a problemi di masticazione.

“Spesso chi soffre di questo tipo di disturbi nasconde dentro di sé malesseri e disagi molto profondi, a volte associati all’esigenza di mantenere sotto controllo ogni aspetto della vita quotidiana e alla consapevolezza destabilizzante di non essere in grado di farlo”, spiega Clotilde Austoni prima Influencer del Sorriso e Odontoiatra specialista in Chirurgia Odontostomatologica, che dedica un intero capitolo del suo primo libro “Spazzoliamoci le Idee”, edito da Mondadori, a tutti coloro che stanno affrontando la battaglia contro la bulimia, fornendo preziosi consigli per limitare o riparare i danni funzionali ed estetici causati dai disturbi alimentari. “Sconfiggere la bulimia è possibile ed il primo passo è proprio chiedere aiuto e affidarsi a tutti i professionisti di cui si ha bisogno (dietologo, psicoterapeuta, endocrinologo, odontoiatra, ecc). La bulimia nervosa impatta in modo diretto anche sulla salute orale eppure c’è poca informazione al riguardo: ecco perchè ho deciso di dedicare un intero capitolo del mio libro a questa patologia. Spero che le mie parole possano aiutare più persone possibili”, spiega.

Quando il vomito viene indotto, i succhi gastrici risalgono dallo stomaco fino alla bocca. Questi sono altamente acidi e come tali, avendo un’azione erosiva, corrodono i denti. Mano a mano che l’erosione avanza, i denti si usurano e diventano sempre più sottili. Un segno che si può notare osservando il sorriso davanti allo specchio sono proprio i margini dei denti anteriori che appaiono grigi. Nel tempo, compare anche la sensibilità dentale, conseguenza del fatto che i denti si sono consumati fino ad esporre la parte innervata, ovvero la dentina. Quest’ultima è gialla, ecco perchè nelle fasi più avanzate il sorriso perde lucentezza, appare ingiallito e spento. Se non si interviene, i denti perdono sempre più sostanza dentale, cambiano forma e dimensione, perdono volume fino ad evidenziare problemi di occlusione.

I consigli “sono stati pensati per accompagnare le persone che stanno affrontando la battaglia contro la bulimia, nella speranza di farle stare meglio”, prosegue l’Influencer del Sorriso, “non ho l’ambizione di risolvere il problema, ma di dare loro supporto e forza per affrontare un percorso di guarigione che potrà, a volte, sembrare lungo e in salita”. Eccoli: – Dopo un episodio di vomito, sciacquare la bocca con acqua e un cucchiaino di bicarbonato per riequilibrare il pH, riportandolo a valori neutri e contrastando l’azione dei succhi gastrici acidi. – Utilizzare sempre e solo spazzolini a setole morbide: per evitare di danneggiare ulteriormente i denti e scegliere un dentifricio che, oltre al fluoro, contenga molecole remineralizzanti e desensibilizzanti, in modo da contrastare il più possibile l’insorgere della sensibilità dentale e proteggere lo smalto. – Eseguire trattamenti remineralizzanti dal dentista – Utilizzare una mousse remineralizzante a casa. Il procedimento va ripetuto due o tre volte al giorno per almeno un mese, anche in base a protocolli specifici creati ad hoc in base al singolo caso. – Se i denti sono molto consumati, ma soprattutto se hanno perso forma e dimensione originarie, è opportuno ricostruirli: ristabilire le proporzioni che avevano prima di danneggiarsi è fondamentale per consentire una masticazione corretta.

Fonte: askanews.it

Indagine su comportamenti alimentari infantili durante e dopo pandemia

Coinvolgere i figli più piccoli nella preparazione dei pasti in modo giocoso li convince a consumare più frutta e verdura, limitando forme estreme di neofobia alimentare (ossia il rifiuto selettivo di taluni alimenti). Sono i risultati emersi dall’indagine svolta da un team di ricercatori del CREA Alimenti e Nutrizione, su un campione di 99 bambini in età scolare della regione Lazio, ma rappresentativo anche a livello nazionale, per esaminare i cambiamenti delle loro abitudini nutrizionali nel corso e nel post pandemia da Covid-19 e l’eventuale impatto sui fenomeni di ripudio di cibi specifici. Durante la pandemia, la convivenza forzata determinata dal lockdown ha prodotto l’aumento del numero dei pasti consumati in famiglia. Inoltre, nel periodo di convivenza forzata la condivisione dei pasti si è associata alla scelta di verdure e legumi: circa il 95% dei bambini che ha consumato maggiormente questi alimenti, infatti, aveva effettuato entrambi i pasti principali nel nucleo familiare e nel 35% dei casi è risultato che ne mangiavano di più rispetto a quanto accadeva nel periodo pre-pandemico. á Un campione di 99 bambini tra i 6 e gli 11 anni ha preso parte a una valutazione retrospettiva effettuata con un questionario autosomministrato. Sono state studiate le abitudini alimentari, i livelli di attività fisica e gli indicatori dello stile di vita sia pre che post pandemia.

Inoltre, è stata valutata la neofobia alimentare del bambino utilizzando la “Scala della neofobia alimentare (CFNS)”. I risultati, pubblicati nel numero di dicembre della rivista scientifica internazionale “Frontiers in Nutrition”, hanno mostrato che, per gran parte del campione (97%), il rifiuto selettivo del cibo non è cambiato durante il periodo della pandemia. Circa il 70% dei partecipanti non ha mutato le proprie abitudini alimentari, con alcune eccezioni che hanno riguardato alcuni sottogruppi che hanno riportato un aumento del consumo di frutta (22,2%), verdura (19,2%) e legumi (21,2%). Com’era prevedibile, a causa delle misure restrittive, è stato rilevante l’impatto della pandemia sulla sedentarietà, che è passata dal 25,3 al 70,7%. La neofobia non è stata associata allo stato ponderale (p-value 0,5). Tuttavia, nei bambini normopeso è stata riscontrata una più alta prevalenza di neofobia di livello intermedio (78,4%). È stato interessante notare come durante l’isolamento sociale, il 39,4% dei bambini studiati siano stati coinvolti nella preparazione dei pasti e come sia aumentata la percentuale che ha condiviso tutti i pasti con la famiglia (32,3% vs. 78,8%).

Fonte: askanews.it

Lo studio pubblicato sul "Journal molecular endocrinology"

La relazione che intercorre tra l’obesità e la funzionalità della tiroide è stata messa in evidenza da una ricerca effettuata dall’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibbc), in collaborazione con l’Università degli studi di Roma “La Sapienza” (UniRoma1), pubblicata sulla rivista Journal molecular endocrinology.

“Abbiamo constatato che il segnale generato dagli adipociti, le cellule che immagazzinano il grasso corporeo, interferisce con i fattori di trascrizione delle cellule follicolari della tiroide, ovvero con le proteine che sono responsabili dello sviluppo embrionale della ghiandola e del mantenimento delle sue funzionalità in età adulta. La proteina Ttf-2 (Thyroid Transcription Factor 2) ha un ruolo fondamentale sia nello sviluppo che nell’omeostasi della ghiandola tiroidea, cioè nella sua capacità di autoregolarsi per un corretto funzionamento”, spiega Donato Civitareale, ricercatore del Cnr-Ibbc e autore della ricerca.

L’obesità rappresenta uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale ed è in costante e preoccupante aumento, il 59% degli adulti europei e quasi 1 bambino su 3 è in sovrappeso o è affetto dall’obesità. Gli obesi, rispetto agli individui normopeso, risultano maggiormente esposti all’insorgenza di numerose malattie, tra cui quelle correlate alla tiroide.

“Diversi studi clinici ed epidemiologici hanno dimostrato che l’ipotiroidismo, un anomalo funzionamento della ghiandola causato da una sua ridotta capacità di produzione degli ormoni specifici, e il cancro della tiroide, nonché la presenza di noduli tiroidei e del gozzo, sono più frequenti in pazienti con valori elevati di massa corporea. Le prove sperimentali, che abbiamo effettuato in vivo e in vitro assieme a UniRoma1, mostrano come le secrezioni di molecole generate dagli adipociti inibiscano l’attività di Ttf-2 – conclude Civitareale -. L’inibizione dell’attività di questa proteina, causata dagli adipociti, sarebbe uno dei primi segnali biochimici che portano a un’alterazione dell’espressione genica e, come detto, dell’omeostasi tiroidea. In futuro, questo risultato potrà condurci all’identificazione di strategie farmacologiche in grado di contrastare gli effetti nocivi dell’obesità sulla tiroide”.

Fonte: askanews.it

L'incidenza corre e sale a 50,2 casi per mille assistiti

Dai pediatri SIP, Società Italiana di Pediatria, arriva un appello rivolto ai genitori: vaccinare i bimbi contro l’influenza, un’arma efficace e sicura per proteggere i più piccoli nei confronti dei virus influenzali per i quali si prevede la maggiore circolazione. “Se non lo si è fatto ancora – spiega la Presidente della Società italiana di Pediatria, Annamaria Staiano – non si perda tempo: questo è il momento giusto per vaccinare il proprio bimbo, anche se senza patologie croniche o fragilità. Ricordiamo che la vaccinazione è particolarmente raccomandata per tutti i bambini di età compresa tra 6 mesi e 6 anni, e per tutti i soggetti di ogni età con patologie croniche che aumentano il rischio di complicanze in corso di influenza. È importante sottolineare che proteggendo i più piccoli si proteggono anche i fragili di tutte le età e gli anziani in famiglia: in vista delle Feste questo è un altro fattore da non trascurare. Manca ormai poco a Natale, e servono circa 15 giorni per garantire un’adeguata protezione generata dal vaccino”. L’influenza cresce infatti a ritmo costante e veloce, specie nei bambini più piccoli, come testimonia il bollettino Influnet pubblicato oggi e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità. La circolazione del virus supera la soglia di intensità alta, simile a quella che si raggiunge nel momento del picco, generalmente tra gennaio e febbraio, con in media 16 casi per mille assistiti (13 nella settimana precedente), aumentando in tutte le fasce di età, anche se risulta maggiormente colpita quella pediatrica, in particolare i bambini al di sotto dei cinque anni in cui l’incidenza è arrivata a 50,2 casi per mille assistiti (41,2 nella settimana precedente). Quest’ inverno, dopo due anni di scarsa circolazione virale a causa delle misure di prevenzione legate alla pandemia che ha portato un minor allenamento delle difese immunitarie da parte di bambini e ragazzi, ci si aspettava una maggiore facilità ad ammalarsi. E la presenza, oltre al virus influenzale, di altri virus parainfluenzali, del virus respiratorio sinciziale, anch’esso quest’anno comparso in anticipo, e del Covid 19 comporta come conseguenza un sovraccarico dei Pronto Soccorsi.

Oltre alla vaccinazione la SIP ricorda alcune semplici regole che possono aiutare a prevenire l’influenza: evitare luoghi affollati, lavare frequentemente le mani, evitare il contatto con persone ammalate, in caso di tosse o starnuti, coprire naso e bocca con l’incavo del gomito, ventilare gli ambienti di lavoro e casalinghi aprendo le finestre. Nei luoghi affollati le mascherine, che abbiamo imparato a usare con il Covid, restano un presidio di prevenzione anche per altri virus, tra cui l’influenza.

Fonte: askanews.it

Mons. Paglia: nuove tecnoligie hanno aspetti ambivalenti

Un libro che costituisce una “preziosa risorsa per favorire un accompagnamento che consenta a tutti coloro che sono coinvolti in questi percorsi – genitori, piccoli pazienti (nascituri o neonati), operatori sanitari, responsabili della sanità – di essere tutelati nei loro diritti e di assumere quelle responsabilità che a ciascuno competono”. Così il presidente della Pontificia accademia per la vita mons. Vincenzo Paglia, definisce il libro: “La sfida della vita. Screening e diagnosi prenatale” (Piccin editore, 87 pagine, euro 13) curato dalla Pontificia Accademia per la Vita, che verrà presentato on line il 13 dicembre prossimo alle ore 15.

Lo stesso mons. Paglia nella Prefazione al volume, aggiunge, tra l’altro, che “troppo spesso si dimentica che le nuove tecnologie, aprendo nuove possibilità di scelta, in realtà non solo ne chiudono altre, ma anche dispongono un quadro di interpretazione complessivo dei fenomeni e fanno cultura”. Ma “la complessità e la quantità dell’informazione – aggiunge il presule – non semplificano il processo decisionale, ma lo espongono a nuove tensioni emotive e a forti condizionamenti socio-culturali”. Una realtà complessa, quindi, si fa notare, alla quale non di rado si aggiungono “le interferenze procurate da interessi di tipo commerciale che spingono per una diffusione delle tecniche, senza tener adeguatamente conto del loro impatto e della delicatezza nella gestione dei dati che ne derivano. Ecco allora – conclude mons. Paglia – la necessità di fornire un quadro scientifico qualificato e interdisciplinare, aggiornato ed equilibrato su questa materia complessa”.

Fonte: askanews.it

Mancheranno attrezzature salvavita come le valvole cardiache

Dispositivi salvavita, strumenti per dialisi, valvole cardiache, protesi e ferri chirurgici: sono solo alcuni dei dispositivi medici che potrebbero mancare negli ospedali a partire da gennaio. E’ l’allarme lanciato dalla Federazione Italiana Fornitori in Sanità – Confcommercio relativo payback applicato ai dispositivi medici “che comporta il fallimento dei distributori e lo stop alle forniture agli ospedali”. Con una conferenza stampa organizzata oggi la Federazione ha espresso grande preoccupazione per l’approvazione della normativa che, è stato spiegato, “mette a rischio il tessuto dei fornitori ospedalieri, composto nel 95% da micro, piccole e medie imprese, con oltre 100mila lavoratori coinvolti”.

“Come Federazione che rappresenta le pmi in Sanità – ha dichiarato il presidente di FIFO, Massimo Riem – siamo assolutamente d’accordo a perseguire una spesa pubblica razionale e oculata. Ma questo obiettivo non può passare per una deresponsabilizzazione degli amministratori e un tracollo del tessuto delle pmi italiane. Con l’attuazione del payback centinaia di aziende saranno costrette a chiudere, con la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro. Le imprese non saranno più in grado di fornire dispositivi medici, a gennaio ci troveremo davanti a una crisi senza precedenti da un punto di vista economico e sanitario.

Chiediamo urgentemente un confronto con le Istituzioni per lo sviluppo di un tavolo tecnico con l’obiettivo di rivedere integralmente la norma sul payback che in questo momento pesa per 2.1 miliardi di euro, per gli anni 2015-16-17-18, sui fornitori di dispositivi medici”.

Fonte: askanews.it

E la campagna vaccinale procede a rilento

Siamo ancora a novembre ma i dati sull’influenza già destano apprensione. La campagna vaccinale procede a rilento e può diventare un amplificatore di questa tendenza. Questo il dato che giunge dal 39° Congresso della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie, che si tiene dal 24 al 26 novembre a Firenze, presso la Fortezza da Basso, con sessioni online che proseguiranno fino al 31 dicembre. “Quest’anno l’epidemia influenzale ha già raggiunto livelli elevati – sottolinea Alessandro Rossi, Responsabile Area Malattie Infettive SIMG – i casi che abbiamo riscontrato noi medici di famiglia sono numerosi, soprattutto nella popolazione giovanile e nei bambini. I primi segnali ci portano a supporre con ragionevolezza che sarà un’epidemia impegnativa: i numeri attuali infatti mostrano che siamo già sul livello della fase avanzata dell’epidemia influenzale dello scorso anno. Dobbiamo pertanto impegnarci a proteggere la popolazione fragile estendendo la campagna vaccinale, rivolgendoci soprattutto a over 65, a chi è affetto da co-morbosità e ai soggetti immunocompromessi, che possono avere conseguenze su ospedalizzazioni e decessi. Dobbiamo attrezzare gli ambulatori, somministrare i vaccini in maniera appropriata e superare le esitazioni. Il nostro ruolo di figure che raccolgono la fiducia dei pazienti ci carica della responsabilità di far capire alle persone che si tratta di un presidio di sanità pubblica e di salute individuale contemporaneamente. Dobbiamo impegnarci da adesso alle prossime settimane, cogliendo anche l’occasione per proporre le cosomministrazioni: il vaccino antinfluenzale, infatti, può fare da driver per la dose booster contro il COVID-19 e per altre coperture contro infezioni virali o batteriche dalle gravi conseguenze come pneumococco o Herpes Zoster, che rappresentano una minaccia per popolazione fragile”.

“I dati relativi all’influenza in queste prime settimane di novembre indicano un tasso di incidenza salito già al 6,6 per mille abitanti, con picchi del 19,6 per mille nella popolazione pediatrica da 0 a 5 anni, che è quella più colpita e che fa da principale fonte di diffusione dell’infezione nella popolazione – evidenzia Paolo Bonanni, Componente del gruppo ‘Vaccini e Politiche Vaccinali’ della SItI che ha partecipato a una recente sessione del Congresso SIMG – . Oggi siamo a un livello di incidenza che solitamente si riscontra intorno alla prima settimana di gennaio: siamo in anticipo di quasi 2 mesi. Questo non significa che si debba avere un andamento simile a quello che si avrebbe a gennaio, ma è comunque un motivo di allarme, e rappresenta un invito a procedere con le vaccinazioni quanto prima. In questa prima fase abbiamo riscontrato una lentezza nelle adesioni. Eppure le previsioni per l’influenza non lasciano ben sperare: non solo la curva epidemica ha già iniziato a salire in maniera importante, ma a causa della limitata circolazione negli ultimi due anni la diffusione potrebbe essere superiore rispetto agli anni pre-pandemici, mentre l’abbandono delle misure di distanziamento potrebbe favorire la diffusione di tutte le infezioni alle vie respiratorie, come influenza, COVID-19, virus respiratorio sinciziale”.

Fonte: askanews.it